La tattilità è filogeneticamente e ontogeneticamente il primo dei sensi: essa, nell’embrione, fa la sua comparsa verso la fine del secondo mese di gestazione e diviene l’organo principale attraverso cui comunicare con il mondo circostante, ossia la madre, durante i nove mesi di gravidanza. Inoltre, anche durante il parto le stimolazioni che il bambino riceve sono per lo più cutanee (Anzieu D., Le Moi-Peau, Bordas, Paris, 1985; trad. it. L’Io-pelle, Borla, Roma, 2005).

Per struttura e funzioni, la pelle non è solo un organo, ma un insieme di organi di senso diversi (tatto, dolore, calore…): questa complessità anatomica sul piano organico anticipa la complessità dell’Io sul piano psichico (concetto di “Io-pelle” e di “pelle psichica”, di cui si parlerà a breve). Ma non è solo un insieme di organi di senso, in quanto svolge anche alcuni ruoli connessi ad altre funzioni biologiche: respira, secerne, elimina, stimola la respirazione… . Accanto a questi suoi ruoli in rapporto ai diversi apparati organici, la pelle svolge anche una serie d’importanti ruoli in rapporto al corpo: conservazione di esso attorno allo scheletro, protezione dalle aggressioni esterne e captazione e trasmissioni delle informazioni utili.

La pelle costituisce lo strato protettivo più esterno dell’organismo, una barriera permeabile che impedisce l’ingresso di microorganismi e sostanze tossiche e trattiene acqua ed elettroliti.

Dal punto di vista psicologico, la pelle costituisce la superficie fondamentale per la strutturazione (fisica e, successivamente, mentale) dell’individuo e per l’espressione delle emozioni.

La pelle ed il sistema nervoso, infatti, si sviluppano dallo stesso foglietto germinativo, l’ectoderma, tanto che la pelle si potrebbe definire come la superficie rovesciata del sistema nervoso. Per queste ragioni, la cute è stata considerata a lungo il terreno biologico più idoneo alla genesi e allo sviluppo della malattia ex emotione, ovvero l’organo “psicosomatico” per eccellenza [Canali S., “Psicosomatica, Psiconeuroimmunologia e Dermatologia”, in Giannetti A, Corbellini G. (a cura di), Dermoscienze. Le frontiere della pelle, Casa Massima Editore, Udine, 1993, p. 1].

Inoltre, come afferma Bassi (Bassi R., Psiche e pelle. Introduzione alla dermatologia psicosomatica, Bollati Boringhieri, Torino, 2006), la pelle è un organo di frontiera tra mondo esterno e mondo interno – così come la psiche è la nostra barriera mentale alle richieste ed esigenze emozionali – perciò si presta, meglio di altri, ad assumere un significato simbolico psicoanalitico: diventa una valvola di scarico dei conflitti psichici, che si manifestano attraverso l’insorgenza di disturbi dermatologici. Per il paziente dermatologico, la pelle è l’organo scelto per esprimere la propria sofferenza, proprio per il suo doppio significato d’involucro protettore e di membrana delimitante il dentro e il fuori: è, perciò, importante, per chi si prenda cura di lui, capire il significato di questa sua scelta inconscia.

Le sensazioni cutanee introducono, fin da prima della nascita, il piccolo in un universo ricco e complesso, che risveglia in lui il sistema percezione-coscienza, che fornisce la possibilità di uno spazio psichico in cui rappresentarsi, primariamente come corpo. Quando, in seguito, viene nutrito o cambiato, il neonato fa un’esperienza molto importante per la costruzione del suo Io: egli è toccato dalla propria madre, tenuto tra le sue braccia e stretto al suo corpo, ne percepisce l’odore, il calore e i movimenti. Queste esperienze di contatto del proprio corpo con quello della madre, nella cornice di una relazione rassicurante di attaccamento, permettono al neonato una prima, seppur diffusa e indifferenziata, percezione della propria pelle. Egli, così

giunge non solo alla nozione di un limite tra l’esterno e l’interno, ma anche alla fiducia necessaria alla progressiva padronanza degli orifizi, dal momento che può sentirsi fiducioso nel loro funzionamento soltanto se possiede, per altro verso, un sentimento di base che gli garantisca l’integrità del proprio involucro corporeo (Anzieu, 1985, trad. it. 2005, p. 54).

Le prime occasioni di contatto con il corpo materno sono quelle che il bambino sperimenta quando la madre lo allatta al seno o lo cambia. In particolare, il seno è un termine che viene impiegato sia quando ci si riferisca all’organo anatomico, sia per indicare l’idea e le fantasie ad esso collegate (Galimberti U., Le Garzantine: Psicologia, Garzanti, Milano, 1999). Inizialmente, il bambino non discerne tra seno materno e proprio corpo: esso è la realtà completa vissuta da lui, il suo primo oggetto mentale. Questo seno-realtà comprende alcune caratteristiche che si mescolano e confondono (Anzieu, 1985): seno che nutre e riempie, pelle calda e dolce al contatto, ricettacolo attivo e stimolante.

Il sintomo come espressione somatica di una sofferenza psichica

Il dolore non si condivide […]. Di fronte ad esso ciascuno è solo.

Occupa tutto il posto e io non esisto più in quanto Soggetto attivo (Je):

esiste solo il dolore.

Didier Anzieu, L’Io-pelle, 2005, p. 245.

Il sintomo1 viene definito da Galimberti (1999, p. 977) come “indizio di uno stato morboso”. A differenza del segno, che è un fenomeno oggettivo che l’esaminatore assume come indice di un processo patologico, esso è un fenomeno soggettivo che deve essere decodificato, dato che, secondo la concezione psicoanalitica, è l’espressione di una situazione conflittuale tra l’Io inconscio e l’Es. È il risultato del tentativo dell’Io, riuscito solo parzialmente, di fronteggiare le esigenze pulsionali. Esso può esprimersi come formazione di compromesso tra il contenuto rimosso dell’Es, che tende a emergere, e le controcariche dell’Io, che ostacolano tale processo, oppure come formazione reattiva, che consente di dominare un impulso inaccettabile con l’esagerazione della tendenza opposta, oppure ancora come formazione sostitutiva, che consente di soddisfare un desiderio rimosso tramite un altro desiderio (Brustia Rutto P., Lezioni di psicologia dinamica: Sigmund Freud, Bollati Boringhieri, Torino, 2001). In quest’ultima accezione, il sintomo è espressione delle difese patologiche messe in atto, ma è anche un simbolo, nel senso che sta al posto dell’inconscio per rappresentarlo indirettamente (McWilliams N., Psychoanalytic Diagnosis, The Guilford Press, New York-London, 1994; trad. it. La diagnosi psicoanalitica, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1999).

Il sintomo è, altresì, la denuncia di una sofferenza, che non riesce più a rimanere nascosta, perciò cerca e trova una via d’uscita, affinché qualcuno la accolga e le dia un significato comprensibile. È una verità insopportabile per la psiche del paziente: non potendo esser comunicata, ma dovendo restare nascosta e ben celata e censurata a sé e agli altri, “urla in modi inconsueti e bizzarri, talora folli, la disperazione, l’angoscia e la rabbia impotente che ha provocato” (Borgogno F., Psicoanalisi come percorso, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 36).

Quando, poi, ci si rivolga a uno psicoterapeuta perché il sintomo è diventato insopportabile o limita in maniera eccessiva le azioni quotidiane, è importante tenere ben presente un aspetto: al sintomo va attribuito un senso che solamente il paziente può trovare, in quanto espressione di una sua personale sofferenza. Esso deve essere valutato quale forma di comunicazione non verbale cui il paziente, insieme al lavoro con lo psicoterapeuta, deve dare un senso; il terapeuta deve saperlo interpretare per ricondurre alla coscienza i conflitti e le difese che l’hanno prodotto. Il paziente, allora, analizzerà la sua vita, le sue sofferenze e le passate e presenti attribuzioni di significato che può fornire a un organo, cercando il momento di prima insorgenza del disturbo e le ragioni e i fattori consci ed inconsci che lo inducono a mantenerlo, anche a distanza di anni. E insieme, paziente e psicoterapeuta, esamineranno la scelta dell’organo bersaglio.

Nei casi più gravi, la sofferenza non può esser espressa a parole, ma solamente agita dal paziente, attraverso manifestazioni sensoriali e somatiche, nel transfert. È questo, per i soggetti che hanno subito un grave trauma nella prima infanzia, spesso l’unico modo a disposizione per ricordare; perciò il terapeuta dovrà andare oltre il linguaggio e prestare attenzione alla simbolizzazione dei segnali che provengono dal corpo (Borgogno F., Ferro A., Il preverbale e l’ambiente psichico, Borla, Roma, 2004).

Alla luce di quanto detto sinora, il sintomo viene inteso come il simbolo di una sofferenza, spesso inconscia, che non riesce a trovare una mente che la accolga e la significhi: perciò, questa sofferenza diviene una manifestazione sovente “tangibile” – come accade nei casi di dermatosi – che vuole mostrare a sé e agli altri la propria afflizione e la propria angoscia. Il compito del terapeuta sarà, dunque, nelle psicoterapie a orientamento psicodinamico, quello di prendersi carico di tale sofferenza e nominarla a parole, conducendo alla regressione del sintomo, poiché esso non ha più senso di esistere.

Pelle psichica” ed “Io-pelle”

Verranno di seguito presi in esame due tra i più importanti contributi concernenti il concetto di pelle in senso psicodinamico: quello di E. Bick riguardo al concetto di “pelle psichica” e quello di D. Anzieu relativo all’“Io-pelle”.

Secondo Anzieu (1985), la pelle ha un’importanza capitale, poiché fornisce all’apparato psichico le rappresentazioni costitutive dell’Io e delle sue principali funzioni.

Nei primi mesi di vita, il bambino conosce, interpreta e sperimenta la realtà in base alle cure, appropriate oppure no, fornite dalla madre. In questa fase dello sviluppo emotivo, la madre svolge un ruolo fondamentale nella regolazione delle funzioni biologiche ed emozionali del bambino, consentendogli, gradatamente, di sviluppare un senso del Sé coeso e integrato, di concepirsi come individuo (nel senso etimologico di “unità indivisibile”) e di imparare a distinguere le emozioni dalle sensazioni fisiche (Zangheri F., Cassibba R., Ferriani E., Fabbrici C., “L’attaccamento madre-bambino in soggetti affetti da dermatite atopica”, Età Evolutiva, 71, 2002, pp. 43-51).

Pelle psichica

Allieva di M. Klein e di W. R. Bion, E. Bick (Bick E., “L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali”, in Isaacs S., Freud A., Winnicott D. A., Bick E., Boston M., Freud W. E., L’osservazione diretta del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1984, pp. 90-95) ipotizza che, nella loro forma più primitiva, le diverse parti che compongono la personalità non abbiano capacità coesiva, pertanto debbano essere tenute insieme, in forma passiva, dalla pelle, grazie alla sua funzione di limite periferico. Questa funzione interna di contenimento di parti del Sé dipende, inizialmente, dall’introiezione di un oggetto esterno capace di adempiere a questa funzione. Tale oggetto che contiene – la madre – si costruisce spesso durante i momenti di poppata, grazie alla doppia esperienza che il bambino fa del capezzolo materno tenuto in bocca e della propria pelle contenuta dalla pelle della madre, dal suo odore, dal suo calore, dalla sua voce.

In questa fase dello sviluppo emotivo, la madre svolge un ruolo fondamentale nella regolazione delle funzioni biologiche ed emozionali del bambino, consentendogli, gradatamente, di sviluppare un senso del Sé coeso e integrato, di concepirsi come individuo e di imparare a distinguere le emozioni dalle sensazioni fisiche.

A questo proposito, Anzieu (1985) ritiene che il vissuto psichico origini da un più primitivo vissuto corporeo, creato e alimentato grazie alle continue e adeguate cure materne. Se tale contenimento corporeo difetta, si creano delle faglie nel vissuto corporeo del soggetto, ossia nel suo Io-pelle. Queste faglie conducono, così, a disturbi di tipo dermatologico: l’involucro deficitario, psichico, si esprime direttamente nell’involucro somatico, la pelle.

Perciò, la vulnerabilità psicologica e ambientale nell’affrontare le situazioni interpersonali che i pazienti dermatologici mostrano, probabilmente deriva dalla mancanza di una buona introiezione dei primi oggetti familiari. Ciò non consente loro di mentalizzare e simbolizzare i propri vissuti interni, tendenzialmente angosciosi e persecutori: questi vengono, così, espressi direttamente sul piano somatico.

Io-pelle

Anzieu ha introdotto il concetto di Io-pelle, sostenendo che esso corrisponda alla “prima pelle” di E. Bick. L’Io-pelle può essere spiegato come una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentarsi se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie corporea: quest’ultima gli consente di differenziare lo spazio interno da quello esterno.

L’Io-pelle è considerato l’interfaccia tra il mondo esterno ed il mondo interno. La madre, infatti, circonda il bambino di un involucro esterno, che si adatta elasticamente al corpo del bambino, lasciando uno spazio all’involucro interno, ovvero alla superficie del corpo del bambino, che è capace di emettere messaggi: Secondo Anzieu “essere un Io è sentirsi capaci di emettere segnali intesi da altri” (1985, trad. it. 2005, p. 81).

Ogni attività psichica “si appoggia” a una funzione biologica: “l’Io-pelle trova il proprio appoggio sulle diverse funzioni della pelle” (ibidem, p. 56). L’autore individua, in quest’ottica, nove funzioni dell’Io-pelle: in questa sede, saranno indicate le più pertinenti ai fini del nostro discorso.

Innanzitutto, come la pelle adempie a una funzione di sostegno dello scheletro e dei muscoli, così l’Io-pelle conserva la vita psichica (funzione di mantenimento). Facendo riferimento alla conosciuta teoria di Winnicott, la funzione biologica si riferisce a ciò che costui chiama holding, ossia il modo il cui la madre tiene in braccio e sostiene il figlio, mentre quella psichica è l’interiorizzazione di una parte della madre – nello specifico le mani – che lo sorreggono e mantengono il suo corpo in uno stato di unità.

In secondo luogo, la pelle ricopre tutta la superficie del corpo e svolge, così, la funzione di contenitore della rappresentazione psichica dell’Io-pelle. Citando nuovamente Winnicott, questa volta è la funzione di handling a essere fondamentale: sono la manipolazioni materne – giochi con i corpi della mamma e del bambino, risposte gestuali e tattili – appropriate ai bisogni del neonato, che risvegliano in lui la sensazione e l’immagine di un corpo come sacco, che contiene.

In terzo luogo, come ogni individuo ha la pelle con la sua grana, il suo colore, il suo odore, che lo distingue da tutti gli altri, così l’Io-pelle assicura la funzione di individuazione del Sé, che dà al bambino la sensazione di essere un individuo diverso da tutti gli altri, un essere unico.

Infine, come la pelle, tramite i suoi organi sensori tattili che contiene – tatto, dolore, caldo-freddo – fornisce informazioni dirette sul modo esterno, così l’Io-pelle svolge la funzione di iscrizione delle tracce sensoriali e tattili. A questo proposito, Anzieu, nel suo libro, tratta, seppur brevemente, la psicodinamica dei soggetti psicosomatici con problematiche allergiche, evidenziando come in loro si verifichi

un’inversione dei segnali di sicurezza e di pericolo: la familiarità, anziché protettiva e rassicurante, è rifuggita come cattiva, e l’estraneità, anziché inquietante, si rivela attirante (ibidem, p. 134).

Spesso, la struttura allergica che è il substrato dei pazienti affetti, ad esempio, da dermatite atopica, si presenta come alternanza asma-eczema: ciò permette di spiegare meglio la configurazione Io-pelle in gioco. Da un lato, l’asma è un “tentativo di sentire dal di dentro l’involucro costitutivo dell’Io corporeo” (ibidem, p. 134): l’asmatico prende aria, si gonfia per sperimentare i confini del proprio corpo e salvaguardare i limiti allargati del proprio Sé; per protrarre la sensazione di un Sé-sacco gonfiato, egli resta in apnea. Dall’altro, l’eczema è “un tentativo per sentire dal di fuori tale superficie corporea del Sé nelle sue lacerazioni dolorose, nel suo contatto rugoso, nella sua vista odiosa” (ibidem, pp. 134-135). E il prurito, che spesso accompagna l’eczema e le dermatosi in generale, è un modo per attirare l’attenzione su di sé, sulla propria pelle, che, nella prima infanzia, non ha incontrato contatti rassicuranti, dolci e caldi; perciò, l’irritazione dell’epidermide, legata all’atto del grattarsi, diviene l’equivalente, sul piano psichico, dell’irritazione mentale. La pelle, diventa, pertanto, lo “specchio dell’anima” del malato (ibidem, p. 49).

In sintesi, possiamo affermare che l’Io-pelle svolga tre funzioni fondamentali (ibidem, p. 56):

è il sacco che contiene e trattiene all’interno il buono ed il pieno che l’allattamento, le cure, il bagno di parole vi hanno accumulato […]. È la superficie di separazione (interfaccia) che segna il limite con il fuori e lo mantiene all’esterno, è la barriera che protegge dalla penetrazione delle avidità e delle aggressioni altrui […]. È contemporaneamente alla bocca […] un luogo e un mezzo di comunicazione primario con gli altri, con cui stabilire relazioni significative; essa è, in più, una superficie d’iscrizione delle tracce lasciate da queste.

Sentimento sociale e funzione genitoriale

Il bambino piccolo non può esistere da solo,

ma è fondamentale parte di una relazione.

Donald W. Winnicott

Molti autori si sono occupati dello sviluppo psichico del bambino e tutti concordano sul fatto che le figure genitoriali siano fondamentali per promuovere l’indipendenza psicologica del bambino.

Adler definisce il sentimento sociale come

un’attitudine innata attraverso la quale un individuo diviene sensibile alla realtà che, fondamentalmente, è la situazione sociale (Ansbacher H. L., Ansbacher R. R., La psicologia individuale di Alfred Adler, Psycho, G. Martinelli & C. Firenze, 1997, p. 139).

Da dove nascono e come si sviluppano lo spirito di cooperazione ed il sentimento sociale? Perché sono così fondamentali per lo sviluppo di un individuo “sano”?

Sin dal momento della nascita, il bambino cerca di instaurare rapporti con la madre, attraverso il momento della poppata, poi con il gioco e le varie interazioni quotidiane: è in questa situazione che si sviluppa per la prima volta la capacità di cooperare, che è la base del sentimento sociale. Tale capacità si sviluppa poiché la madre fornisce al suo bambino il primo contatto con un altro essere umano che non sia lui stesso, divenendo il primo ponte con la vita sociale. Se, infatti, il bambino non avesse rapporti con la propria madre, perirebbe.

La madre, poi, introduce il bambino alla relazione con gli altri membri della famiglia (padre, fratelli, zii, nonni…) e con le altre figure importanti (amici, vicini di casa…), incoraggiando quei comportamenti che sono consoni alle norme del gruppo e scoraggiando gli atteggiamenti dissonanti (Adler A., Cosa la vita dovrebbe significare per voi, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 1994).

Il bambino e la madre sono reciprocamente dipendenti e il ruolo della madre è quello di richiedere, per favorirla, la sua cooperazione, che si manifesta come potenzialità innata nella relazione madre-bambino. La madre è la prima figura di cui il bimbo ha esperienza e rappresenta la prima e più precoce occasione per lo sviluppo di tale potenzialità sociale innata. Dunque, la figura materna ha il compito di sviluppare ed ampliare il sentimento sociale: se non prepara adeguatamente il figlio, costui si troverà, successivamente, impreparato ad affrontare i problemi della vita. Da ciò derivano anche la nascita e lo sviluppo delle capacità di identificazione ed empatia, tanto importanti per l’individuo di oggi, il quale, proprio attraverso tali sentimenti, riesce ad orientarsi nel mondo e a relazionarsi con altri soggetti. La capacità di identificarsi è possibile solo se il soggetto cresce insieme ad altri e si sente in relazione con loro (Ansbacher, Ansbacher, 1997). Un’adeguata attenzione ai bisogni del bambino, che solo una madre “sufficientemente buona” sa fornire con misura e amorevolezza, è la forza promuovente dello sviluppo delle capacità empatiche, del sentimento sociale e dello spirito di cooperazione (Di Summa F., “L’incidenza dei problemi di separazione-individuazione nella crisi della coppia”, Il Sagittario, 28, 2011, pp. 27-32).

La funzione materna costituisce la fondamenta di una progressiva sicurezza affettiva, del processo di autostima, del riconoscimento dell’altro come “altro da sé” e della fiducia nell’altro (ibidem).

Ma non solo la madre è responsabile del processo di seprarazione-individuazione del figlio: il padre svolge un ruolo altrettanto importante. A lui spetta il compito di insegnare i principi, i valori e le modalità di interazione con la comunità. Attraverso il rapporto con i fratelli, quasi sempre condizionato dalla posizione nell’ordine di nascita, e/o con i compagni di gioco, il bambino impara, a seconda delle circostanze, a collaborare con i pari, lottare per l’affermazione di sé, dominare o sottomettersi (Adler, 1994).

Spesso, si riscontrano madri che non sono state in grado, per sofferenze personali, di accompagnare i figli verso il padre, di favorirne la relazione e di permettere loro un incontro, incapsulandosi in una relazione simbiotica ed escludendo il terzo; perciò, egli – il padre – non ha potuto farsi promotore di socialità e cooperazione e viene, così, disattesa la funzione necessaria per avviare il processo di separazione-individuazione (Di Summa, 2011).

Il padre si colloca come terzo nella relazione madre-bambino e, per questa ragione, rappresenta l’apertura al mondo, alle relazioni amicali ed affettive. Risponde, a livello simbolico al concetto di limite, di separazione dalla madre e si impegna a “prendere per mano” il figlio per accompagnarlo nel mondo delle relazioni (ibidem)

Il concetto di “involucro psichico”

Anzieu elabora uno schema, sviluppato a partire dalle teorie di S. Freud sul modello topografico dell’apparato psichico, del concetto di involucro psichico. Esso comprende due livelli differenti per struttura e funzione. Lo strato più periferico, più duro e rigido, è rivolto verso il mondo esterno. La sua funzione è quella di fare da schermo agli stimoli, in particolare a quelli psico-chimici, che provengono da tale mondo: è il para-eccitazione. Lo strato interno, più sottile, morbido e sensibile, ha, invece, una funzione ricettiva. Percepisce indizi, segni e segnali e permette che vengano inscritte le tracce (Anzieu D., L’épiderme nomade et la peau psychique, Apsygèe, Paris, 1990; trad. it. L’epidermide nomade e la pelle psichica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992).

L’involucro psichico, quindi, è sia una pellicola che un’interfaccia: una pellicola fragile con due facce, una rivolta verso il mondo esterno e l’altra rivolta verso il mondo interno, un’interfaccia che separa tali mondi e li mette in relazione. È, perciò, il piano di demarcazione tra mondo interno e mondo esterno, tra il mondo psichico interno e il mondo psichico altrui.

L’autore rileva tre proprietà strutturali fondamentali dell’involucro psichico. La prima è quella dell’appartenenza: l’involucro psichico definisce l’appartenenza degli elementi a un dato spazio: spazio psichico interno, spazio percettivo, spazio psichico esterno. La seconda è quella della connessione: l’involucro psichico è connesso, cioè si possono unire due suoi punti qualsiasi con un tragitto interamente incluso in se stesso. L’ultima è quella della compattezza: l’involucro psichico ha la possibilità di ricoprire lo spazio, detto compatto, con un numero finito di ciò che si possono considerare come dei pezzi di costruzione del suddetto spazio (Anzieu D., Houzel D., Missenard A., Enriquez M., Anzieu A., Guillaumin J., Doron J., Lecourt E., Nathan T., Les enveloppes psychiques, Dunod, Paris, 1996; trad. it. Gli involucri psichici, Dunod-Masson, Milano, 1997).

Il funzionamento psichico dell’individuo dipende da un intreccio di più fattori. Un fattore economico, ovvero le quantità relative di investimento rispettivo dell’involucro di eccitazione e di quello di significato. Un fattore topografico, ossia la configurazione e la localizzazione rispettiva di questi due involucri. Infine, un fattore dinamico, cioè la natura delle rappresentazioni relative alle pulsioni da un lato, il quadro corporeo e mentale all’interno del quale queste pulsioni sono affrontate, dall’altro.

In definitiva, l’Io, involucro psichico, è una metafora della pelle, involucro organico.

Possiamo affermare che un disturbo che interessi, a livello sintomatologico, la sfera organica possa esser definito psicosomatico, poiché riguarda la relazione che intercorre tra psiche e soma. Esso, infatti, è sovente l’unica “via d’uscita” che la sofferenza psichica del paziente ha trovato, poiché quest’ultimo difetta nella capacità di simbolizzazione dei propri processi psichici.

La pelle, per citare l’organo preso in considerazione in tale articolo, a livello organico e fisiologico, svolge funzioni vitali: è l’involucro che avvolge il corpo, l’organo di confine che racchiude l’organismo e il mezzo privilegiato di relazione con il mondo esterno. È, però, altresì fondamentale, da un punto di vista psicologico, in quanto rappresenta la barriera tra il dentro – il Sé – e il fuori – il non-Sé – e racchiude la psiche dell’individuo, la cui nascita ha inizio a partire dai primi contatti cutanei con la madre.

A tale proposito, è importante sottolineare come le precoci esperienze tattili risultino indispensabili sia per la strutturazione di un confine tra il Sé e il non-Sé e per la riuscita del processo di separazione-individuazione, sia affinché si creino i presupposti perché il bambino sviluppi la cooperazione e, dunque, un adeguato sentimento sociale.

Il contatto cutaneo con la madre è fondamentale per una crescita sana del bambino; in tal senso, le cure materne sono indispensabili, non solo per quanto concerne l’alimentazione e la protezione dai pericoli del mondo esterno, ma, soprattutto, per le sollecitazioni emotive e fisiche alle quali è sottoposto il neonato. Le carezze della madre, la sua voce, il modo in cui tiene in braccio il bambino durante l’allattamento e, in modo particolare, le sensazioni tattili ed olfattive, derivanti dal contatto con il corpo materno, portano all’interiorizzazione della funzione di contenimento ed alla consapevolezza della pelle come confine concreto del proprio Sé corporeo, che tiene insieme le diverse, e non ancora coese, parti della personalità.

Quindi, una malattia che implica una disfunzione della pelle, come la dermatite atopica, ad esempio, può esser definita una malattia della relazione madre-bambino. Infatti, dallo studio di alcune ricerche, si è notato che, mentre intorno agli anni Quaranta e Cinquanta essa era principalmente collegata all’assenza emotiva della madre nelle interazioni con il figlio, alla sua ostilità e alla mancanza di cure adeguate – nei termini sia di assenza di cure, sia di presenza di cure inappropriate – nella maggior parte delle indagini effettuate tra gli anni Ottanta e Novanta, è stata posta in evidenza l’importanza delle carezze e delle stimolazioni tattili, frequenti e adeguate, ovvero in sintonia con i bisogni del bambino. Perciò, l’insorgenza della dermatosi è connessa all’esistenza di una relazione disfunzionale tra madre e bambino: relazione nella quale la stessa non è disponibile a condividere e a sintonizzarsi con le esperienze emotive del figlio. Tutto ciò, ovviamente, non è privo di conseguenze a breve e a lungo termine: è in gioco la buona riuscita del processo di separazione-individuazione e l’instaurarsi di una efficace autostima.

Un individuo che non riuscirà in tale processo, potrebbe essere definito, ad esempio, secondo la concezione adleriana, un “bambino viziato”, che si appoggerà costantemente agli altri, cercando successo immediato e fallendo quando debba compiere uno sforzo, poiché abituato ad aspettarsi che le sue volontà siano considerate leggi. Tale individuo non ha mai imparato l’utilità né la necessità della cooperazione, poiché rimasto sempre ancorato alle figure genitoriali, non è riuscito ad estendere l’interesse al resto del mondo, quindi a sviluppare un adeguato sentimento sociale, elaborando, perciò una visione di se stesso e del mondo che lo circonda narcisisticamente orientata e non in linea con i compiti vitali (amore, famiglia, sociale) cui ogni individuo dovrebbe approcciarsi avendo introiettato un adeguato spirito di cooperazione.

Dott.ssa Melissa Angelini

Psicologa Psicoterapeuta

1 Il termine sintomo deriva dal greco sýn=insieme e píptein=cadere, perciò sympíptein significa verificarsi contemporaneamente, aver luogo, avvenire, da cui sýmptoma, ossia segno di malattia (Scharfetter C., Psicopatologia generale. Una introduzione, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2005).

tratto da: Il Sagittario vol. 38-39, Effatà Editrice, Torino, 2017, pp.25-36.

Il significato psicologico della pelle

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